La curiosità

Capoeira di casa a Locarno

Viaggio nell’affascinante mondo dell’arte marziale di origine brasiliana, che affonda le sue radici nell’Africa — «Impariamo l’equilibrio e a muoverci usando tutto il corpo»
Il gruppo si muove in quel che sembra a tutti gli effetti una specie di danza ipnotica e inaspettata
Jona Mantovan
07.03.2022 19:00

Il sole è calato già da un po’ e i corridoi delle scuole medie di Locarno, in via Varesi, sono deserti. In lontananza, però, si sente della musica. Arriva dalla palestra. Il ritmo e i suoni ricordano vagamente il mondo della foresta amazzonica, e infatti… Patrick Paolinelli sta terminando di impartire l’allenamento di «capoeira» a un gruppetto di bambini. Paolinelli pratica questa disciplina, di origine brasiliana ma che affonda le sue radici nell’Africa, da parecchi anni (guarda il video).

«La filosofia è quella di ‘cadere sempre in piedi’, come i gatti – spiega mentre i piccoli lasciano l’area dedicata alle attività fisiche per tornare a casa –. Ci si muove usando tutto il corpo. Quando lavoro con i clienti nel mio salone (nella vita è parrucchiere, ndr), io stesso mi ‘sorprendo’ a compiere qualcuno dei passi, per esempio se devo girarmi per afferrare qualcosa. Un po’ per abitudine, ma anche perché è il modo migliore di muoversi». Intanto ecco Davide Bigotta, maestro che insegna agli allievi più grandi (giovani e adulti). L’occasione è speciale perché si celebra il suo trentesimo compleanno.
Su una panca sono già appoggiati una serie di strumenti caratteristici che gli atleti, a turno, suonano durante gli incontri: il berimbau (un filo d’acciaio teso su una bacchetta alla cui estremità una ‘zucca’ fa da cassa di risonanza), l’agogo (una campana da percuotere con un legnetto) e l’atabaque (una sorta di grande tamburo).

Un paio di studenti hanno varcato il Monte Ceneri per essere qui con il loro monitore. Alcuni indossano una comoda tuta leggera completamente bianca, con il logo «Goya Capoeira». Hanno già iniziato l’allenamento per conto loro, prima della «roda»: così si chiama il momento in cui—in cerchio—si canta, si suona e si ‘combatte’ a turno, due a due, usando le movenze tradizionali. Dopo alcuni saltelli, ecco il ‘ripasso’ delle mosse di base. Il gruppo si muove in quel che sembra a tutti gli effetti una specie di danza ipnotica e inaspettata. Un giro a destra, uno a sinistra, le braccia vanno da una parte, il tronco dall’altra… un meccanismo ben rodato, come la molla di un orologio. «Sì, sono bravi i miei allievi!», dice soddisfatto Bigotta, il cui «soprannome da capoeira« è «Gafanhoto», «cavalletta» in portoghese, che nella vita è docente.
«Il nome è assegnato al battesimo della capoeira, quando si ricevono anche delle corde che segnano la ‘scala di esperienza’ in questa disciplina. Normalmente è il nome di un animale». Nel gruppo di oggi ci sono quindi Gato, Abelha (ape), Uncihna (giaguaro), Amazonas (amazzone) e Viola, dal nome della ‘zucca’ più piccola che può avere il berimbau. Proprio quest’ultima è una ragazza tedesca che ha praticato la capoeira in Germania. Si è unita al gruppo di Locarno perché si trova qui in Ticino per uno stage.

Qui si impara l’equilibrio fisico ma anche spirituale. Cerchiamo di seguire un codice etico e morale scritto anni fa
Davide Bigotta, 30 anni, formatore di capoeira

«La capoeira è un’arte marziale che abbraccia uno stile di vita. Qui si impara l’equilibrio fisico ma anche spirituale. Cerchiamo di seguire un codice etico e morale scritto anni fa dall’educatore sportivo brasiliano Bimba. Si imparano delle canzoni, quelle da eseguire durante la roda, si suonano le percussioni caratteristiche. Ci si muove tanto e si cerca di costruire un’intesa con il gruppo. Quando siamo in cerchio, durante la roda appunto, c’è molta libertà e armonia. Ci si muove, si cambia posto o si fa cambio con qualcun altro quando si suona uno strumento, chi vuole può sfidare o rendersi disponibile per una sfida. Lo scopo del combattimento non è ovviamente quello di colpire l’avversario, quanto di mimare le mosse di attacco e difesa, sfiorando da vicino chi sta di fronte a noi», dice Bigotta, mentre raggiunge i suoi studenti per concludere l’ultima sequenza di allenamento.

Mi piace molto, l’ho scoperta qualche anno fa grazie al mio compagno, che mi ha fatto appassionare
Annarita, 28 anni, studentessa Supsi

È il momento di una pausa prima della «roda». Annarita, 28 anni, è studentessa alla Supsi. «Mi piace molto, l’ho scoperta qualche anno fa grazie al mio compagno, che mi ha fatto appassionare», dice entusiasta. «Trovo che faccia molto bene e mi aiuta a trovare la giusta distanza tra tutti i pensieri. Mi alleno anche a casa, per conto mio. Non ripasso solo con le coreografie, ma anche le canzoni. Mi capita di suonare il berimbau magari alla sera, dopo una giornata particolarmente piena».

Ora sono tutti in cerchio. È il momento. Davide ringrazia il gruppo di amici. Applausi, sorrisi. L’atmosfera è leggera e senza pensieri. Inizia a suonare il berimbau, partono anche le altre percussioni. E sembra di essere su un altro pianeta.
I primi sfidanti iniziano a scambiarsi i passi di «danza-combattimento». Un paio di ragazze si muovono in maniera rapidissima. Ruote, piroette, calci circolari… ben piazzati e sempre studiando i movimenti dell’avversario, ma a distanza di sicurezza. I partecipanti, soprattutto quelli che combattono, si divertono da matti e si vede che, nonostante il sudore e la fatica, l’interazione è molto piacevole. Appare evidente sui loro volti.

Il maestro non può ovviamente sottrarsi agli incontri. E parte spontaneo, dal gruppo, una melodia familiare suonata con gli strumenti della capoeira: è «Tanti auguri a te», cantata in portoghese…

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